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Recensione a “Volturno” di Domenico Molino (a cura di Ilaria Celestini)

Copertina libro Domenico Molino

Recensione a “Volturno” di Domenico Molino

(a cura di Ilaria Celestini)

Volturno, di Domenico Molino (Guida Editori, Napoli 2016) è un romanzo storico, ambientato nel territorio campano al tempo del passaggio tra la monarchia borbonica e la conquista garibaldina che prelude all’unità d’Italia.

Si tratta di un testo di rara bellezza per molteplici fattori: in primo luogo per l’originalità della storia, che narra le vicende di due giovani donne che cercano di emanciparsi da un contesto di soprusi e abusi quotidiani; l’una appartenente al povero ceto dei fittavoli e l’altra a quello benestante dei proprietari terrieri.

Il contesto più ampio, in cui è inserita la trama, è un sapiente intreccio di personaggi ben caratterizzati, ciascuno con una propria peculiare fisionomia e psicologia, che spazia dalla malvagità più efferata dello sgherro senza scrupoli, al latifondista che lucra sulle fatiche dei poveri, sino al’estremo opposto dell’innocenza e della purezza di cuore della giovane che viene violata, ma che fa di tutto per conservare la propria dignità, rinunciando a ogni cosa cara, anche alle proprie radici familiari, per poter tutelare se stessa e la creatura che porta in grembo.

Basterebbe questo per comprendere l’importanza di questo libro, ma i pregi del romanzo che Domenico Molino ha saputo costruire, dopo un’attenta preparazione ed elaborazione storica, sono altri.

Ad esempio, il lucido realismo con cui sono stati caratterizzati gli ambienti: in questa narrazione sapiente, infatti, troviamo le misere abitazioni dei contadini e dei cafoni delle zone attraversata dal fiume di cui il romanzo prende il nome; e anche gli spazi cupi e agghiaccianti del carcere borbonico; la casa signorile di possidenti terrieri; la quiete confortante di un convento; lo squallore e la miseria di un orfanatrofio; la bellezza e l’incanto di una corte reale; i nascondigli segreti di un gruppo di carbonari.

Il linguaggio dei protagonisti è perfettamente adeguato allo status di ciascuno: ci sono le minacce e le imprecazioni dei bruti, espresse in un vernacolo partenopeo di chiara efficacia; le preghiere e le giuste aspirazioni degli umili; l’aridità del funzionario che usa metodi barbarici nelle indagini poliziesche e la commuovente umanità di una regina che cerca di sollevare le giovani bisognose dal degrado e dalla rovina.

Il realismo di Domenico Molino raggiunge il culmine nelle descrizioni dei corpi in disfacimento delle vittime dell’efferatezza, così come anche nella rievocazione fedele della crudeltà delle sevizie ai sospettati politici. Nel contempo, all’estremo opposto, l’autore si esprime con toni altamente poetici nel delicato tratteggio della bellezza femminile nel pieno fiorire della giovinezza, una stagione della vita che, come nel caso delle protagoniste, Sofia ed Enrichetta, è destinata a cedere il passo a una maturità precoce, conquistata col sangue e con le lacrime e portata avanti con la fede nei propri più profondi valori nel nome della giustizia e della libertà.

Struggenti sono anche le descrizioni del lavoro minorile, in particolare all’interno della manifattura tessile dove venivano abitualmente sfruttate bambine e ragazzine anche gravide.

Quello di Volturno è un mondo spietato, dove le sofferenze non risparmiano nessuno: né i miseri braccianti e le plebi, né i livelli più alti della nobiltà.

Eppure l’autore riesce a cogliere e a rappresentare in maniera magistrale gli aspetti più umani e i sentimenti più intimi di ciascuno: la pietas della regina Maria Cristina, i dubbi e il desiderio di essere ammirato dalla propria donna di re Francesco, la cieca gelosia di Gennaro, la disperazione dell’anziana e sventurata Maria, la fierezza di Rosa, martire della libertà.

Come in ogni grande romanzo storico, nella trama s’intrecciano le vicende che appartengono al piano del vero, della verità storica, vale a dire tutta l’epopea garibaldina e gli scontri che preludono all’unità d’Italia, e quelle che appartengono al verosimile, ovvero gli amori, le sofferenze, le poche gioie e speranze dei protagonisti.

Alcuni colpi di scena donano al testo la giusta tensione che lo rende avvincente: l’incendio della fattoria, gli arresti, la fuga di Sofia dal padre scellerato, la morte misteriosa di questi, i combattimenti, le indagini poliziesche e il ripresentarsi dei malvagi che hanno mutato la divisa ma non i loro inumani comportamenti, e il finale, altamente lirico ed epico insieme, che mescola sapientemente dolore indicibile e speranza.

C’è tutto il cuore del Sud, in questo bellissimo romanzo, che come come un affresco disegna ed esprime tutto il dolore dei vinti e la drammaticità della questione meridionale, da un punto di vista inedito: quello delle donne, vere protagoniste della vicenda, coraggiose sostenitrici delle idee mazziniane o, all’opposto, strenue devote della casa dei Borboni, ma sempre e comunque vibranti di creatività, di fierezza e di passione.

Molino, come voce narrante, è estremamente equilibrato e non prende apertamente le parti di nessuno: lascia che a parlare siano i fatti e gli stessi protagonisti, buoni o crudeli che siano, sempre disegnati a tutto tondo, anche le figure minori; sono personaggi che non lasciano indifferenti, così come i vari episodi di cui si compone il romanzo, che affascina e coinvolge emotivamente e al tempo stesso è una ricostruzione fedele delle usanze e delle problematiche dell’epoca.

Magistrale è, a questo riguardo, la descrizione della società di studi sulle moderne tecniche di coltivazione e la rappresentazione dell’ostilità e della diffidenza da essa suscitata negli animi più retrivi dei latifondisti, che culmina con il linciaggio del rappresentante di questa istituzione vista come pericolosamente troppo moderna.

La cultura è vista dall’autore come veicolo di riscatto sociale e morale: Sofia desidera ardentemente imparare, anche nel disagio e nella fatica quotidiana della sua drammatica condizione di madre nubile, vero e inconcepibile scandalo a quei tempi; il fratello di lei e l’amica Enrichetta credono nello studio come strumento di realizzazione di un mondo migliore; gli animi gretti di Andrea Correale e dei suoi degni sodali di usura e di violenze, temono la cultura, perché sanno che porta l’aria nuova e fresca della libertà.

Una libertà che nel popolo unito non è possibile arrestare, anche se questo comporta innumerevoli sofferenze e morte, ma la vita è progresso e speranza: questo sembra essere uno tra i più importanti messaggi del libro, e il sacrificio di chi ha dato se stesso per costruire una nuova realtà permane e si tramanda nell’impegno e nella cura delle nuove generazioni e nell’amore che, anche se travagliato, riesce a vincere su tutto.

Un grande narratore, una storia splendida, una narrazione toccante che entra nell’anima. Grazie a Domenico Molino per questo testo che merita di essere letto, conosciuto e diffuso, anche a livello scolastico, per i suoi valori profondi di solidarietà e umanità e per la capacità di leggere la storia da una molteplicità di prospettive e di punti di vista. Un libro prezioso.

                                                                                                                                                                        Ilaria Celestini

                                                                                                                                      (critico letterario, specialista in Lingua e Letteratura Italiana)

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