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Recensione al romanzo di Carla De Bernardi

Si spezza ogni volta il mio cuore” (Golem Edizioni 2020)

Questo libro affronta una tematica terribile con una grazia e una onestà intellettuale disarmanti; cosa c’è di più terribile della perdita di un figlio? Perdere un genitore, un coniuge, un fratello è un’esperienza dolorosissima, come anche non avere più un vero amico, un maestro di vita, una figura di riferimento. Si vive un lutto che ferisce in profondità e che cambia l’esistenza.

Ma restare privi di un figlio equivale a smarrire completamente se stessi, essere annientati, annichiliti.

Non è possibile accettare una realtà di questo genere, e, tantomeno, un suicidio che è solo presunto, ma non dimostrato. La protagonista, quando riceve la ferale notizia, grida tutto il proprio dolore ripetendo per un’intera, interminabile pagina poche parole, tre soltanto, ma che dicono più di qualunque discorso: “Non è vero”.

Per chi non ha vissuto l’esperienza della maternità (che, in verità, non è solo un’esperienza, ma è una dimensione assoluta e totalizzante) è difficilissimo comprendere cosa voglia dire sentirsi di colpo privati di se stessi, nella perdita di un figlio; e si resta sgomenti, perché qualsiasi tentativo di consolare una madre così atrocemente derubata della parte migliore di sé, del proprio frutto, è un atto insensato e insensibile.

E allora, forse, la cosa migliore è restarle accanto, abbracciarla, ascoltare senza alcuna interruzione il racconto di chi era, questa donna, prima di diventare madre: una fragile e brava ragazza ingabbiata troppo presto in un ruolo da adulta, quando avrebbe avuto ancora bisogno di rimanere figlia; una donna dalle mille qualità, ma di cui sembra non essere consapevole; una persona leale anche con chi non lo merita, perché questo è ciò che le hanno insegnato ed è anche quel che costituisce la sua stessa essenza.

Scorrendo queste pagine così intense, salgono alla mente mille interrogativi, tra cui, in primo luogo, questo: quanto influiscono l’educazione e l’aspettativa sociale sulla felicità e sulla sofferenza di ciascuno di noi?

Alle ragazze degli anni Sessanta e Settanta veniva inculcata l’idea che dovevano essere perfette. Non importava che fossero felici; bastava che diventassero tutto quello che ci si aspettava da loro: aggraziate e impeccabili nell’aspetto fisico, educate nei modi, rispettose verso tutti, tranne che con se stesse, sottomesse ai padri e ai fratelli maggiori, prima, e ai mariti, poi.

Analogamente, ai ragazzi veniva impartita la medesima lezione sull’essere perfetti, solo che, al maschile, l’educazione si declinava nel segno della forza, della virilità e del successo ostentati a tutti i costi, perseguiti anche facendo a brandelli i propri sogni e censurando ogni emozione, secondo i dettami del mito dell’uomo che non deve chiedere mai e che ha come compito primario quello di garantire il sostentamento e il benessere della famiglia. Un benessere che, seguendo questa logica, è esclusivamente di tipo materiale, legato all’ancestrale meccanismo di sopravvivenza degli uomini primitivi e delle ere preistoriche, quando l’unico problema che veniva considerato reale era quello di scampare ai pericoli e ai nemici e la sola modalità espressiva concessa era quella della potenza con cui il più forte doveva compulsivamente schiacciare il più debole.

La figura del padre del giovane Tommy è apparentemente invincibile: egli annienta chiunque, anche il proprio figlio, con il peso di una eccezionale ricchezza economica; ma è, involontariamente e inconsapevolmente, fragilissimo, perché non possiede altre risorse che il denaro e, alla fine, risulta privo di spessore umano, chiuso in se stesso e nel proprio dolore che non confesserà mai a nessuno, in lotta contro tutto e tutti, più simile a un guerriero dell’Età Primordiale che a un moderno capitano d’industria.

Ma non esiste, nel mondo, un genitore perfetto, così come non c’è una scuola per diventare genitori. Ci si trova a esserlo, e ognuno cerca di fare il meglio che può, tentando di dare quello che è e che ha, condizionato dalla propria storia personale e da quella del proprio padre e della propria madre, a loro volta derivata dai propri avi, e così, a ritroso, da sempre, sin dalla notte dei tempi.

Siamo tutti imperfetti e smarriti, dentro una dimensione che spesso è più grande di noi.

La madre, il padre, il fratello, la cugina, la zia, i nonni, gli amici: tutti i personaggi di questo libro che si legge divorandolo, catturati dall’intensità e dall’autenticità delle emozioni che trasmette, hanno una loro propria dignità.

Tutti, tranne gli individui che dirigono la comunità terapeutica dove Tommy viene inserito e dove, in maniera incomprensibile, incontrerà il suo tragico destino.

È sconcertante l’indifferenza mostrata da costoro davanti alla sua giovane vita spentasi così prematuramente, ed è intollerabile la loro mancanza di sensibilità e di umanità dinanzi al dolore della mamma e di tutti i familiari.

Leggendo, dal testo sale un’indignazione incommensurabile che prende il cuore e le viscere e si darebbe qualunque cosa per poter dare alla madre, ai parenti, agli amici e, in primo luogo, a Tommy, quella forma altissima di giustizia che è la scoperta della verità, negata continuamente e celata dietro freddezza, burocratismi, silenzi e incongruenze.

Per tacere della violenza psicologica e dell’umiliazione eretta a metodo educativo: nessun educatore degno di questo nome potrebbe tollerare che vengano mortificate e annientate psicologicamente persone che cercano di uscire da una condizione di sofferenza inimmaginabile. Educare non è reprimere, ma contenere, mostrare una via, far scorgere delle possibilità, far emergere il meglio da ciascuno, responsabilizzando, non mettendo alla gogna chi non ha colpe intenzionali, ma solo dolore, fragilità, sogni spezzati e una volontà frantumata da sostanze create appositamente per ridurre a zero ogni tipo di personalità.

In questo romanzo, ci sono tante responsabilità e tanti errori, e vengono posti in evidenza con grande lucidità; ma c’è anche un colpevole silenzioso e onnipresente, e non è un essere umano, ma è la droga, che devasta ogni relazione, ogni speranza, ogni sia pur minimo barlume di vita.

Gli stupefacenti offrono sensazioni che all’inizio fanno sentire beati e onnipotenti, ma che, subito dopo, inghiottono a poco a poco tutta l’esistenza e, di fronte a questo, siamo tutti spettatori disperati e impotenti.

Tutti, tranne chi, per scelta e preparazione professionale, dovrebbe avere il compito di curare le conseguenze di questa tragedia e tutte le ferite psicologiche e fisiche che ne derivano. Ed è giusto che venga fatta chiarezza su questo.

In questa dolorosissima e atroce vicenda, su tutti, comunque, campeggia nitida la figura di Tommy.

Un figlio che vive nel cuore di chi lo ha messo al mondo e di chiunque lo abbia conosciuto. Un’anima pulita, che ha visto gli aspetti peggiori della vita dorata e del lusso, e che ne è stata inevitabilmente travolta e lacerata, ma non sporcata: nella sua giovane e travagliata esistenza, non ha mai fatto del male a nessuno, e questo, davvero, non è poco: nel mondo crudele in cui viviamo, riuscire a non uccidere, sia pure anche solo moralmente, e a non fare agli altri alcun tipo di violenza, è un vero e proprio successo.

Questo figlio, che potrebbe essere il frutto di tutti noi, è e rimane un ragazzo dal cuore buono, che salta e ride, che ama il mare e la fotografia, e che ha ancora tanti progetti e vorrebbe continuare a dare il meglio di sé, per se stesso, per i propri cari, e per tutti i Tommy del mondo.

E questo libro gli rende il giusto onore, perché mostra tutto l’amore che egli ha lasciato dietro di sé, un amore che ne rivela la dignità e che ci fa comprendere come, se il corpo fisico è destinato a dissolversi, l’anima è e resta immortale, integra, intatta, pulita, e ci accompagna ogni giorno, nel nostro cammino terreno, come una presenza benevola che ci guida e ci protegge, per sempre, e che niente e nessuno potrà toglierci mai.

Ilaria Celestini

Brescia, 12 Novembre 2020

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