Recensione al romanzo giallo “La pazienza della formica” di Marina Bertamoni

(Fratelli Frilli Editori 2019)

Davvero una giallista di classe, Marina Bertamoni, scrittrice milanese che ha al proprio attivo diversi romanzi, molto apprezzati da critica e pubblico, di questo genere non facile.

In questo libro, ritroviamo, insieme al collega Fabrizio Calligaris, detto Frambe’, e allo scrittore dal fascino maledetto Angelo Di Dio, in un contesto di reciproca evoluzione umana e personale, l’ispettrice della Questura di Lodi, Luce Frambelli, personaggio creato dall’Autrice nel 2017, già protagonista dei due testi precedenti, entrambi pubblicati da Fratelli Frilli Editori: “Chi muore giace” e “Dieci parole per uccidere”.

In essi, i lettori hanno imparato ad apprezzarne la perspicacia, il coraggio, l’integrità; e anche la ricchezza di sentimenti ed emozioni, i valori morali che la portano a non accontentarsi delle soluzioni facili e dei pregiudizi che portano a condannare il più fragile, il più povero o il diverso, ma a tendere, sempre, senza compromessi, verso la verità, anche quando questa è scomoda e rischiosa.

In questo caso, Luce rischia addirittura la carriera, perché decide di non seguire l’ortodossia della prassi: riuscirà nell’intento o sarà schiacciata dal peso dei ruoli, delle gerarchie e della rigidità delle regole, e anche dal proprio irriducibile orgoglio?

Ai lettori il compito di scoprirlo.

Intanto, ripercorriamo gli elementi salienti del caso su cui si trova a investigare: nell’inverno del 2019, a Rogoredo, ritrovo e rifugio abituale di molti emarginati della metropoli milanese, viene ritrovato il cadavere di un clochard, dall’identità francese, presumibilmente morto per assideramento.

Di per sé, sarebbe un caso su cui non sarebbe necessario indagare: un tragico fatto di routine; ma l’uomo, in realtà, si scopre essere stato un pilota italiano, dato per morto nel 1998, in un incidente aereo nel quale perì un importante e facoltoso manager dello spettacolo. E questa scoperta riapre il cold case di tanti anni prima e innesca mille interrogativi: chi era veramente Andrea Lorchi, il pilota di cui nessuno sapeva praticamente nulla?

E chi era davvero il manager defunto? Fu veramente un incidente?

Qualcuno poteva avere interesse a ucciderlo? O a uccidere entrambi?

Come ha fatto il pilota a salvarsi?

E, soprattutto: perché è rimasto nell’ombra per tanti anni, senza più dare notizie di sé?

Quando, poi, si scopre che il presunto clochard, in realtà, aveva un’ottima disponibilità economica, la situazione diventa veramente intricata.

Luce entra in campo con tutto il suo coraggio e la sua sensibilità: e qui si rivela l’abilità dell’Autrice nel renderla una figura a tutto tondo, con una grande umanità, che la porta a cogliere in chi ha di fronte l’essenza incommensurabile della dignità che appartiene di diritto a ogni essere umano, a prescindere da qualunque altra condizione di tipo sociale o culturale.

L’ispettrice riesce a entrare in empatia con una giovane donna legata sentimentalmente ad Andrea, di cui ignorava la vera identità, e che pagherà caro il prezzo di questo amore, in cui ella vedeva una possibilità di riscatto da un’esistenza dura e piena di amarezze.

Molto interessanti, nel libro, oltre alle vicende della narrazione, che si susseguono con ritmo piacevolmente incalzante, sono i risvolti psicologici dei vari personaggi, in primo luogo degli inquirenti delle Forze dell’Ordine e dei colleghi e superiori di Luce.

Molto toccante il ritratto della solitudine in cui troppo spesso vivono, nella sfera privata, coloro che non esiterebbero a dare la vita per difendere il bene pubblico e l’incolumità di tutti noi.

Spesso, dietro ruoli e divise, si nascondono dolori inimmaginabili, affetti distrutti, ferite emotive che restano aperte.

Così come, nella vicenda, ancora restano aperte tante domande sulla famiglia e sulle vere origini di Luce.

Lo stile di scrittura di Marina Bertamoni è elegante, garbato, rispettoso del decoro dei personaggi e della sensibilità del lettore: non indugia su dettagli morbosi o su descrizioni raccapriccianti, ma allude, lascia intendere, punta all’essenziale.

E tratteggia, con poche pennellate di grande nitidezza, ritratti di varia umanità, autentica e palpitante di vita e di emozioni, le cui esistenze s’intrecciano in modo imprevedibile, in scenari che spaziano dall’Europa all’America.

Troviamo così la vedova cinquantenne che rimpiange i tempi in cui affascinava il pubblico con la propria prorompente bellezza e la scopriamo al tempo stesso ricca di sentimenti; scopriamo cosa si nasconde dietro la perfezione austera di un principe del Foro; e quanta dignità e sagacia si cela dietro le misere spoglie di un uomo che ha perduto tutti i beni materiali e vive sulla strada.

Davvero un romanzo che cattura lo spirito e che insegna a non fermarsi alle apparenze, ad non accontentarsi dell’ovvietà, a saper andare oltre: anche quando il rischio è di perdere tutto, perché, quando c’è di mezzo la ricerca della verità, una volta iniziato, non è più possibile fermarsi e, soprattutto, chi è innamorato della verità e della giustizia, non può rinunciare, perché, tradendo la verità, tradirebbe se stesso e la propria più intima identità.

Ilaria Celestini

(il libro è acquistabile nelle migliori librerie nazionali e su tutti gli store digitali)

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Recensione al romanzo di Carla De Bernardi “Si spezza ogni volta il mio cuore”

(Golem Edizioni 2020)

Questo libro affronta una tematica terribile con una grazia e una onestà intellettuale disarmanti; cosa c’è di più terribile della perdita di un figlio? Perdere un genitore, un coniuge, un fratello è un’esperienza dolorosissima, come anche non avere più un vero amico, un maestro di vita, una figura di riferimento. Si vive un lutto che ferisce in profondità e che cambia l’esistenza.

Ma restare privi di un figlio equivale a smarrire completamente se stessi, essere annientati, annichiliti.

Non è possibile accettare una realtà di questo genere, e, tantomeno, un suicidio che è solo presunto, ma non dimostrato. La protagonista, quando riceve la ferale notizia, grida tutto il proprio dolore ripetendo per un’intera, interminabile pagina poche parole, tre soltanto, ma che dicono più di qualunque discorso: “Non è vero”.

Per chi non ha vissuto l’esperienza della maternità (che, in verità, non è solo un’esperienza, ma è una dimensione assoluta e totalizzante) è difficilissimo comprendere cosa voglia dire sentirsi di colpo privati di se stessi, nella perdita di un figlio; e si resta sgomenti, perché qualsiasi tentativo di consolare una madre così atrocemente derubata della parte migliore di sé, del proprio frutto, è un atto insensato e insensibile.

E allora, forse, la cosa migliore è restarle accanto, abbracciarla, ascoltare senza alcuna interruzione il racconto di chi era, questa donna, prima di diventare madre: una fragile e brava ragazza ingabbiata troppo presto in un ruolo da adulta, quando avrebbe avuto ancora bisogno di rimanere figlia; una donna dalle mille qualità, ma di cui sembra non essere consapevole; una persona leale anche con chi non lo merita, perché questo è ciò che le hanno insegnato ed è anche quel che costituisce la sua stessa essenza.

Scorrendo queste pagine così intense, salgono alla mente mille interrogativi, tra cui, in primo luogo, questo: quanto influiscono l’educazione e l’aspettativa sociale sulla felicità e sulla sofferenza di ciascuno di noi?

Alle ragazze degli anni Sessanta e Settanta veniva inculcata l’idea che dovevano essere perfette. Non importava che fossero felici; bastava che diventassero tutto quello che ci si aspettava da loro: aggraziate e impeccabili nell’aspetto fisico, educate nei modi, rispettose verso tutti, tranne che con se stesse, sottomesse ai padri e ai fratelli maggiori, prima, e ai mariti, poi.

Analogamente, ai ragazzi veniva impartita la medesima lezione sull’essere perfetti, solo che, al maschile, l’educazione si declinava nel segno della forza, della virilità e del successo ostentati a tutti i costi, perseguiti anche facendo a brandelli i propri sogni e censurando ogni emozione, secondo i dettami del mito dell’uomo che non deve chiedere mai e che ha come compito primario quello di garantire il sostentamento e il benessere della famiglia. Un benessere che, seguendo questa logica, è esclusivamente di tipo materiale, legato all’ancestrale meccanismo di sopravvivenza degli uomini primitivi e delle ere preistoriche, quando l’unico problema che veniva considerato reale era quello di scampare ai pericoli e ai nemici e la sola modalità espressiva concessa era quella della potenza con cui il più forte doveva compulsivamente schiacciare il più debole.

La figura del padre del giovane Tommy è apparentemente invincibile: egli annienta chiunque, anche il proprio figlio, con il peso di una eccezionale ricchezza economica; ma è, involontariamente e inconsapevolmente, fragilissimo, perché non possiede altre risorse che il denaro e, alla fine, risulta privo di spessore umano, chiuso in se stesso e nel proprio dolore che non confesserà mai a nessuno, in lotta contro tutto e tutti, più simile a un guerriero dell’Età Primordiale che a un moderno capitano d’industria.

Ma non esiste, nel mondo, un genitore perfetto, così come non c’è una scuola per diventare genitori. Ci si trova a esserlo, e ognuno cerca di fare il meglio che può, tentando di dare quello che è e che ha, condizionato dalla propria storia personale e da quella del proprio padre e della propria madre, a loro volta derivata dai propri avi, e così, a ritroso, da sempre, sin dalla notte dei tempi.

Siamo tutti imperfetti e smarriti, dentro una dimensione che spesso è più grande di noi.

La madre, il padre, il fratello, la cugina, la zia, i nonni, gli amici: tutti i personaggi di questo libro che si legge divorandolo, catturati dall’intensità e dall’autenticità delle emozioni che trasmette, hanno una loro propria dignità.

Tutti, tranne gli individui che dirigono la comunità terapeutica dove Tommy viene inserito e dove, in maniera incomprensibile, incontrerà il suo tragico destino.

È sconcertante l’indifferenza mostrata da costoro davanti alla sua giovane vita spentasi così prematuramente, ed è intollerabile la loro mancanza di sensibilità e di umanità dinanzi al dolore della mamma e di tutti i familiari.

Leggendo, dal testo sale un’indignazione incommensurabile che prende il cuore e le viscere e si darebbe qualunque cosa per poter dare alla madre, ai parenti, agli amici e, in primo luogo, a Tommy, quella forma altissima di giustizia che è la scoperta della verità, negata continuamente e celata dietro freddezza, burocratismi, silenzi e incongruenze.

Per tacere della violenza psicologica e dell’umiliazione eretta a metodo educativo: nessun educatore degno di questo nome potrebbe tollerare che vengano mortificate e annientate psicologicamente persone che cercano di uscire da una condizione di sofferenza inimmaginabile. Educare non è reprimere, ma contenere, mostrare una via, far scorgere delle possibilità, far emergere il meglio da ciascuno, responsabilizzando, non mettendo alla gogna chi non ha colpe intenzionali, ma solo dolore, fragilità, sogni spezzati e una volontà frantumata da sostanze create appositamente per ridurre a zero ogni tipo di personalità.

In questo romanzo, ci sono tante responsabilità e tanti errori, e vengono posti in evidenza con grande lucidità; ma c’è anche un colpevole silenzioso e onnipresente, e non è un essere umano, ma è la droga, che devasta ogni relazione, ogni speranza, ogni sia pur minimo barlume di vita.

Gli stupefacenti offrono sensazioni che all’inizio fanno sentire beati e onnipotenti, ma che, subito dopo, inghiottono a poco a poco tutta l’esistenza e, di fronte a questo, siamo tutti spettatori disperati e impotenti.

Tutti, tranne chi, per scelta e preparazione professionale, dovrebbe avere il compito di curare le conseguenze di questa tragedia e tutte le ferite psicologiche e fisiche che ne derivano. Ed è giusto che venga fatta chiarezza su questo.

In questa dolorosissima e atroce vicenda, su tutti, comunque, campeggia nitida la figura di Tommy.

Un figlio che vive nel cuore di chi lo ha messo al mondo e di chiunque lo abbia conosciuto. Un’anima pulita, che ha visto gli aspetti peggiori della vita dorata e del lusso, e che ne è stata inevitabilmente travolta e lacerata, ma non sporcata: nella sua giovane e travagliata esistenza, non ha mai fatto del male a nessuno, e questo, davvero, non è poco: nel mondo crudele in cui viviamo, riuscire a non uccidere, sia pure anche solo moralmente, e a non fare agli altri alcun tipo di violenza, è un vero e proprio successo.

Questo figlio, che potrebbe essere il frutto di tutti noi, è e rimane un ragazzo dal cuore buono, che salta e ride, che ama il mare e la fotografia, e che ha ancora tanti progetti e vorrebbe continuare a dare il meglio di sé, per se stesso, per i propri cari, e per tutti i Tommy del mondo.

E questo libro gli rende il giusto onore, perché mostra tutto l’amore che egli ha lasciato dietro di sé, un amore che ne rivela la dignità e che ci fa comprendere come, se il corpo fisico è destinato a dissolversi, l’anima è e resta immortale, integra, intatta, pulita, e ci accompagna ogni giorno, nel nostro cammino terreno, come una presenza benevola che ci guida e ci protegge, per sempre, e che niente e nessuno potrà toglierci mai.

Ilaria Celestini

Brescia, 12 Novembre 2020

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recensione a “Con Animo Bambino”

 

 

Recensione a “Con Animo Bambino” di Eliana Vinciguerra

(a cura di Ilaria Celestini)

Questo libro, pubblicato dalla casa editrice Angolazioni (2016), suscita emozioni molto intense: scritto in uno stile elegante, molto calibrato nel lessico ed estremamente scorrevole quasi fosse un dialogo che l’Autrice instaura con i lettori, raccoglie una silloge di pensieri in prosa, ricordi, riflessioni, ritratti di ambienti e paesaggi che sono al tempo stesso luoghi geograficamente reali e dimore dell’anima.

Tutta la vita, la vita affettivamente ed emozionalmente ricchissima di Eliana Vinciguerra è racchiusa in queste pagine preziose: la scrittrice ci narra delle sue memorie di bambina nella dolce e forte terra d’Abruzzo; ci presenta la figura della nonna, donna di estrema umanità e di grande saggezza; ci porta con sé nei viaggi attraverso la cultura africana, inducendoci a riflettere sul valore e sul significato delle maschere e ancor di più sull’importanza di conoscere gli altri, per conoscere meglio noi stessi e per creare un mondo più autentico e giusto, fondato sul rispetto e sulla dignità.

Animo nobile e sempre pronto ad aiutare senza mai chiedere contraccambio, Eliana ci racconta la vita dal punto di vista di uno sguardo puro, come hanno i bambini, capace di stupirsi e di gioire delle piccole cose, di un tramonto, di un fiore, di una carezza: sono in realtà, ci spiega l’Autrice, le cose più importanti della nostra breve esistenza, a cui abbiamo il non facile compito di dare significato.

Al cuore della vita è, o dovrebbe essere, l’amore.

L’amore in senso sentimentale, o in senso passionale e soprattutto l’amore agapico, universale e fraterno nei confronti di ogni essere vivente, sia un’umile pianta sia una persona.

In particolare spicca nella vita di Eliana come nei vari capitoli della raccolta l’attenzione all’umanità sofferente, ai dimenticati, agli esclusi.

Indimenticabile è per l’Autrice l’esperienza come infermiera volontaria in Bosnia, al tempo della guerra in Juguslavia.

Le pagine in cui descrive gli orrori vissuti dalle vittime inermi di una tragedia immane, sono indelebili memorie vissute, scuotono la coscienza e ci inducono a uscire dal torpore quotidiano, in cui spesso consumiamo, quasi inconsapevolmente, le nostre giornate.

Altrettanto intense sono le memorie degli affetti famigliari, in particolare i ricordi legati all’infanzia ci conducono in un mondo perduto, dove bastava poco per essere felici e la cui semplicità era intrisa di valori e di insegnamenti dei quali oggi avremmo tutti più che mai necessità.

Un libro prezioso, che racconta un’esistenza; un insieme di momenti esistenziali e meditazioni che fanno vibrare l’anima e trasmettono speranza e amore invincibile per il dono che è la vita.

Pagine che ci rendono più umani, da leggere con gratitudine e da rileggere con sempre nuove emozioni e spunti di riflessione, accompagnati dal sorriso dell’anima dell’Autrice, che ci ha regalato molto di sé e ci aiuta a conoscere più compiutamente noi stessi, in una dimensione che dalla sua realtà assolutamente unica e particolare riesce a trasmettere un respiro universale.

Ilaria Celestini

(critico letterario, specialista in Lingua e Letteratura Italiana)

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Recensione alla silloge di Eliana Vinciguerra “Gocce d’Anima” (a cura di Ilaria Celestini, critico letterario, specialista in Lingua e Letteratura Italiana)

Una raccolta di liriche preziose, con alcune brevi riflessioni in prosa, in cui emerge tutta l’anima dell’Autrice, anima straordinariamente grande e colma di amore e di valori morali autentici e profondi: dopo il successo della raccolta di prose “Con animo Bambino” (Angolazioni Editore 2016), “Gocce d’Anima” (Edizioni YouCanPrint 2016), prima silloge poetica di Eliana Vinciguerra, è un vero gioiello letterario, in cui si mescolano con eleganza e sapienza compositiva delicati e intensi quadri di vita, descrizioni di luoghi amati, riflessione e denuncia di tematiche sociali, meditazioni esistenziali e intensissimi palpiti d’amore.

Tutto il mondo affettivo dell’Autrice è rappresentato in queste pagine, che scorrono piene di immagini di grande bellezza e di straordinaria efficacia: gli affetti familiari sono espressi con toni altamente lirici e nel contempo con struggente dolcezza; il ricordo del passato è sempre unito alla comunicazione di una solida speranza; la bellezza e l’armonia della natura fanno da significativo contrappunto alla rappresentazione della solitudine e del disagio di tanta umanità che si aggira desolata e dolente negli scenari urbani.

Ma parlare delle liriche di Eliana Vinciguerra in termini di sola critica letteraria, evidenziandone semplicemente gli aspetti formali, quali la perfetta musicalità e il ritmo estremamente gradevole e incisivo, la bellezza e la nobiltà delle chiuse e la grazia dello stile sarebbe riduttivo: la poesia di Eliana è essenzialmente anima, è un’anima meravigliosa che si svela, che parla, che offre con generosità la parte più vera di sé.

Ed è cuore che pulsa, la sua scrittura, che vibra di compassione per ogni essere vivente e in particolare per i più deboli, per le anime ferite dalla vita, per lo sguardo innocente dei bambini e per tutto ciò che va custodito con amore: una nuova esistenza, un baluginio d’infinito nella fatica quotidiana del vivere, una gioia condivisa con ottimismo e tenerezza.

Nella raccolta emerge tutta la forza dei valori etici che da sempre guidano l’Autrice: dedizione alla famiglia, amore disinteressato verso tutti e in particolare verso i sofferenti, lealtà e onestà adamantina nell’amicizia e nell’amore, passione per l’esistenza, attenzione verso il sociale e per la bellezza, per l’arte, per la cultura nel segno della condivisione e trasmissione di valori.

Eliana è stata infermiera professionale e ha operato come volontaria anche in contesti altamente drammatici in zone belliche; ha visto in prima persona tutto il dolore del mondo e tutto il male che è in grado di compiere l’essere umano.

Ogni sua poesia è un invito alla speranza, ad andare oltre, a realizzare con impegno e onestà un mondo migliore.

Le sue liriche possiedono il dono che è proprio soltanto della grande poesia: la capacità di esprimere la propria esperienza e meditazione individuale, trascendendola e arrivando così a esprimere una dimensione universale in cui ogni essere umano si possa riconoscere.

L’anima non ha confini, né barriere: e l’anima splendida che emerge da queste pagine, è un’anima vera e vibra di autenticità; in questo mondo, spesso ferito da violenze e dove i volti umani si riducono troppo sovente a mere maschere, incontrare il cuore e la grazia di un’anima autentica è un’esperienza di cui ciascuno di noi ha bisogno e dopo questa lettura, ognuno si sente arricchito e migliore.

Grazie, Eliana, per averci donato queste gocce di te e della tua anima grande.

Ilaria Celestini

(critico letterario, specialista in Lingua e Letteratura Italiana)

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Recensione a “Volturno” di Domenico Molino (a cura di Ilaria Celestini)

Copertina libro Domenico Molino

Recensione a “Volturno” di Domenico Molino

(a cura di Ilaria Celestini)

Volturno, di Domenico Molino (Guida Editori, Napoli 2016) è un romanzo storico, ambientato nel territorio campano al tempo del passaggio tra la monarchia borbonica e la conquista garibaldina che prelude all’unità d’Italia.

Si tratta di un testo di rara bellezza per molteplici fattori: in primo luogo per l’originalità della storia, che narra le vicende di due giovani donne che cercano di emanciparsi da un contesto di soprusi e abusi quotidiani; l’una appartenente al povero ceto dei fittavoli e l’altra a quello benestante dei proprietari terrieri.

Il contesto più ampio, in cui è inserita la trama, è un sapiente intreccio di personaggi ben caratterizzati, ciascuno con una propria peculiare fisionomia e psicologia, che spazia dalla malvagità più efferata dello sgherro senza scrupoli, al latifondista che lucra sulle fatiche dei poveri, sino al’estremo opposto dell’innocenza e della purezza di cuore della giovane che viene violata, ma che fa di tutto per conservare la propria dignità, rinunciando a ogni cosa cara, anche alle proprie radici familiari, per poter tutelare se stessa e la creatura che porta in grembo.

Basterebbe questo per comprendere l’importanza di questo libro, ma i pregi del romanzo che Domenico Molino ha saputo costruire, dopo un’attenta preparazione ed elaborazione storica, sono altri.

Ad esempio, il lucido realismo con cui sono stati caratterizzati gli ambienti: in questa narrazione sapiente, infatti, troviamo le misere abitazioni dei contadini e dei cafoni delle zone attraversata dal fiume di cui il romanzo prende il nome; e anche gli spazi cupi e agghiaccianti del carcere borbonico; la casa signorile di possidenti terrieri; la quiete confortante di un convento; lo squallore e la miseria di un orfanatrofio; la bellezza e l’incanto di una corte reale; i nascondigli segreti di un gruppo di carbonari.

Il linguaggio dei protagonisti è perfettamente adeguato allo status di ciascuno: ci sono le minacce e le imprecazioni dei bruti, espresse in un vernacolo partenopeo di chiara efficacia; le preghiere e le giuste aspirazioni degli umili; l’aridità del funzionario che usa metodi barbarici nelle indagini poliziesche e la commuovente umanità di una regina che cerca di sollevare le giovani bisognose dal degrado e dalla rovina.

Il realismo di Domenico Molino raggiunge il culmine nelle descrizioni dei corpi in disfacimento delle vittime dell’efferatezza, così come anche nella rievocazione fedele della crudeltà delle sevizie ai sospettati politici. Nel contempo, all’estremo opposto, l’autore si esprime con toni altamente poetici nel delicato tratteggio della bellezza femminile nel pieno fiorire della giovinezza, una stagione della vita che, come nel caso delle protagoniste, Sofia ed Enrichetta, è destinata a cedere il passo a una maturità precoce, conquistata col sangue e con le lacrime e portata avanti con la fede nei propri più profondi valori nel nome della giustizia e della libertà.

Struggenti sono anche le descrizioni del lavoro minorile, in particolare all’interno della manifattura tessile dove venivano abitualmente sfruttate bambine e ragazzine anche gravide.

Quello di Volturno è un mondo spietato, dove le sofferenze non risparmiano nessuno: né i miseri braccianti e le plebi, né i livelli più alti della nobiltà.

Eppure l’autore riesce a cogliere e a rappresentare in maniera magistrale gli aspetti più umani e i sentimenti più intimi di ciascuno: la pietas della regina Maria Cristina, i dubbi e il desiderio di essere ammirato dalla propria donna di re Francesco, la cieca gelosia di Gennaro, la disperazione dell’anziana e sventurata Maria, la fierezza di Rosa, martire della libertà.

Come in ogni grande romanzo storico, nella trama s’intrecciano le vicende che appartengono al piano del vero, della verità storica, vale a dire tutta l’epopea garibaldina e gli scontri che preludono all’unità d’Italia, e quelle che appartengono al verosimile, ovvero gli amori, le sofferenze, le poche gioie e speranze dei protagonisti.

Alcuni colpi di scena donano al testo la giusta tensione che lo rende avvincente: l’incendio della fattoria, gli arresti, la fuga di Sofia dal padre scellerato, la morte misteriosa di questi, i combattimenti, le indagini poliziesche e il ripresentarsi dei malvagi che hanno mutato la divisa ma non i loro inumani comportamenti, e il finale, altamente lirico ed epico insieme, che mescola sapientemente dolore indicibile e speranza.

C’è tutto il cuore del Sud, in questo bellissimo romanzo, che come come un affresco disegna ed esprime tutto il dolore dei vinti e la drammaticità della questione meridionale, da un punto di vista inedito: quello delle donne, vere protagoniste della vicenda, coraggiose sostenitrici delle idee mazziniane o, all’opposto, strenue devote della casa dei Borboni, ma sempre e comunque vibranti di creatività, di fierezza e di passione.

Molino, come voce narrante, è estremamente equilibrato e non prende apertamente le parti di nessuno: lascia che a parlare siano i fatti e gli stessi protagonisti, buoni o crudeli che siano, sempre disegnati a tutto tondo, anche le figure minori; sono personaggi che non lasciano indifferenti, così come i vari episodi di cui si compone il romanzo, che affascina e coinvolge emotivamente e al tempo stesso è una ricostruzione fedele delle usanze e delle problematiche dell’epoca.

Magistrale è, a questo riguardo, la descrizione della società di studi sulle moderne tecniche di coltivazione e la rappresentazione dell’ostilità e della diffidenza da essa suscitata negli animi più retrivi dei latifondisti, che culmina con il linciaggio del rappresentante di questa istituzione vista come pericolosamente troppo moderna.

La cultura è vista dall’autore come veicolo di riscatto sociale e morale: Sofia desidera ardentemente imparare, anche nel disagio e nella fatica quotidiana della sua drammatica condizione di madre nubile, vero e inconcepibile scandalo a quei tempi; il fratello di lei e l’amica Enrichetta credono nello studio come strumento di realizzazione di un mondo migliore; gli animi gretti di Andrea Correale e dei suoi degni sodali di usura e di violenze, temono la cultura, perché sanno che porta l’aria nuova e fresca della libertà.

Una libertà che nel popolo unito non è possibile arrestare, anche se questo comporta innumerevoli sofferenze e morte, ma la vita è progresso e speranza: questo sembra essere uno tra i più importanti messaggi del libro, e il sacrificio di chi ha dato se stesso per costruire una nuova realtà permane e si tramanda nell’impegno e nella cura delle nuove generazioni e nell’amore che, anche se travagliato, riesce a vincere su tutto.

Un grande narratore, una storia splendida, una narrazione toccante che entra nell’anima. Grazie a Domenico Molino per questo testo che merita di essere letto, conosciuto e diffuso, anche a livello scolastico, per i suoi valori profondi di solidarietà e umanità e per la capacità di leggere la storia da una molteplicità di prospettive e di punti di vista. Un libro prezioso.

                                                                                                                                                                        Ilaria Celestini

                                                                                                                                      (critico letterario, specialista in Lingua e Letteratura Italiana)

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recensione alla silloge di Fabio Amato “Innocenti” (a cura di Ilaria Celestini)

Fabio Amato Innocenti

Quest’ultima fatica letteraria di Fabio Amato, poeta, educatore, pedagogista, intellettuale finissimo e di strenuo impegno morale e sociale è intitolata “Innocenti” e appartiene alla collana “Poeti della Misericordia”, a cura dell’Associazione Teatro-cultura “Beniamino Joppolo” di Patti (ME) per i tipi di Magi Editore (Patti 2015).

E veramente si tratta dell’opera preziosa di un poeta della misericordia: “Innocenti” è una silloge letteralmente intrisa di pietas umana, dove si mescolano sapientemente descrizioni di urbane solitudini e dimensioni alienate dall’arduo mestiere di vivere, momenti di tregua nella bellezza e nella contemplazione che si fa nostalgia ed elegia dell’infinito, sprazzi di riflessioni e intuizioni esistenziali.

Tra le ombre dolenti dei malati, dei poveri e e dei minimi della Terra, attraverso le immagini di una notte che muore lenta e la tenerezza commossa verso la figura materna, nella dolcezza dei mille silenzi indicibili dell’amore e di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta, sembra essere costantemente presente un sottile e nel contempo fortissimo filo conduttore, che unifica il testo e caratterizza la personalità poetica di questo Autore così intenso e profondo, pienamente degno di essere annoverato tra i più grandi poeti contemporanei.

Ed è nel suo amore per l’uomo, soprattutto quando è stato ferito e lacerato dal dolore della vita, e dalla malvagità stessa dell’uomo, che si rivela la grandezza del poeta, come Autore in primis e ancor prima, dell’uomo-Fabio Amato.

Egli infatti, nel suo atteggiamento che tutti ben conoscono di persona riservata e sempre pronta all’ascolto, alla generosa e instancabile donazione di sé e nella sua professionalità completamente dedita al riscatto sociale dei sofferenti e dei dimenticati, è un maestro di vita e al tempo stesso è un vero, grande maestro di poesia, per le sue grandissime capacità compositive e per la nobilità delle sue motivazioni.

Una raccolta importante, che si articola in una scrittura apparentemente scarna, essenziale, dove si percepisce tangibilmente l’intenzionalità di dire molto con poco, e soprattutto di lasciare al lettore la libertà di cogliere tutti i differenti livelli di significato dei componimenti, che non censurano le piaghe della società e del mondo, ma le illuminano con eleganza, e soprattutto con l’amore e la misericordia verso il mistero dell’umano, le sue debolezze e la sua nobiltà.

(Ilaria Celestini – poetessa e critico letterario,

specialista in Lingua e Letteratura Italiana)

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Recensione a Susanna Polimanti – narratrice dell’anima – di Ilaria Celestini

Susanna Polimanti Penne d'aquila Susanna Polimanti Lettere mai lette

Susanna Polimanti narratrice dell’anima

Susanna Polimanti, nata a Foligno e residente a Cupra Marittima, nelle Marche, oltre a essere un’esperta traduttrice e una fine esegeta di testi letterari, membro di giuria in svariati e prestigiosi concorsi, è una narratrice sui generis, che privilegia l’essere all’apparire, con un uso moderato del linguaggio, fatto di frasi brevi, senza ricerca di effetti speciali con cui stupire il lettore, senza inutili orpelli, molto riservata e al tempo stesso incisiva. Continua a leggere

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